Per inaugurare la nuova sezione del sito, ho deciso di scrivere un breve articolo in merito alla distorsione della narrativa proposta dai media mainstream e a come questa possa variare in base alle esigenze del momento, contribuendo a orientare l’opinione pubblica.
È un tema che abbiamo affrontato in svariate puntate, ma credo sia bene ribadirlo e metterlo nero su bianco. Come si dice: verba volant, scripta manent.
L’immagine a corredo di questo articolo è eloquente: mostra quanto, e come, sia variato il concetto di “estrema destra” negli ultimi anni.
Non è stato nemmeno un passaggio particolarmente graduale. Siamo passati da gruppi organizzati che si autodefinivano di estrema destra a manifestazioni e situazioni composte anche da famiglie e persone comuni, definite a loro volta di estrema destra.
Nel secondo dopoguerra, soprattutto durante gli anni della Guerra Fredda, televisione, libri e cultura popolare ci hanno mostrato un altro tipo di etichetta utilizzata per indicare chi esprimeva un pensiero percepito come alternativo o pericoloso: “comunista”.
In Occidente, a ovest del Muro di Berlino, l’accusa di essere comunista poteva diventare uno strumento di delegittimazione politica e sociale; a est del Muro, il nemico diventava invece il capitalista, il dissidente, colui che metteva in discussione il sistema.
Possiamo quindi considerarle etichette capaci di semplificare drasticamente il concetto di pensiero non allineato.
La profondità e la moltitudine di ragionamenti differenti, non allineati o anche solo parzialmente non allineati alla narrativa dominante in una determinata area geografica, finivano così per essere ridotte a poche definizioni. Etichette che portavano con sé paura, discriminazione, allontanamento, segretezza e perfino incredulità.
Oggi non ci troviamo né a est né a ovest del Muro: il Muro è stato abbattuto.
Che gran progresso, si potrebbe pensare. O perlomeno è questa l’immagine del progresso che ci è stata raccontata e insegnata.
Oggi siamo in questo continente chiamato Europa e, soprattutto negli ultimi anni, assistiamo sempre più spesso a un fenomeno curioso: posizioni che riguardano sicurezza, immigrazione, giustizia, istruzione o interesse nazionale vengono talvolta ricondotte, nel dibattito pubblico, alla categoria dell’“estrema destra”.
Voler mantenere sicuro il proprio Paese e i propri quartieri; voler proteggere la propria famiglia; chiedere un’immigrazione regolamentata; chiedere certezza nell’applicazione delle pene; voler mantenere un’impostazione tradizionale dell’istruzione dei propri figli; desiderare politici che considerino prioritari i bisogni dei propri cittadini: sono tutte posizioni che, a seconda del contesto e di chi le esprime, possono finire molto rapidamente dentro questa etichetta.
Basti osservare il dibattito nato attorno ad alcune manifestazioni svoltesi nel Regno Unito, dove cittadini e famiglie sono scesi in strada portando anche le bandiere della propria nazione. In diversi casi il dibattito mediatico e politico attorno a queste manifestazioni si è concentrato sul rischio di estremismo, disordini e tensioni sociali.
Ed è proprio questo il punto interessante: fino a che punto un simbolo, una richiesta politica o una preoccupazione sociale possono essere automaticamente associati a un’ideologia estrema?
Se queste righe verranno lette tra trenta o cinquant’anni, qualcuno potrebbe pensare che abbiamo attraversato un periodo di profonda confusione collettiva. Probabilmente con lo stesso stupore con cui oggi osserviamo alcuni eccessi politici e culturali del passato, quando bastava essere sospettati di determinate simpatie politiche per subire conseguenze sociali, professionali o, in determinati contesti, anche giudiziarie.
Dovremmo imparare a estraniarci da questa terminologia vuota.
Dovremmo lasciare perdere chi vive esclusivamente di accuse e classificazioni ideologiche. Potrebbe sembrare un discorso egoistico, ma una comunità e una società sane si costruiscono partendo dai singoli individui, dalle piccole idee, dal confronto e dal basso.
Non dovremmo prestare il fianco né farci trascinare in queste fanta-guerre tra fanta-ideologie.
Molto spesso non esistono realmente due blocchi perfettamente contrapposti. Esistono posizioni, dubbi, ragionamenti e idee che possono essere sensate da una parte e dall’altra, purché vengano argomentate e abbiano alla base un ragionamento.
La tifoseria, invece, è un’entità vuota.
Si muove come un soggetto collettivo fondamentalmente stupido, guidato dalle emozioni e incapace di ragionare come farebbero i singoli individui che lo compongono.
Le vere tifoserie delle “curve” ne sono un esempio plastico. Non perché le singole persone che compongono una curva siano stupide, anzi: al suo interno si possono trovare moltissime individualità valide.
Ma quando quelle persone entrano in una massa trascinata da un’emozione primordiale, rischiano di diventare parte di un’entità collettiva che attacca automaticamente tutto ciò che non è allineato ai propri colori.
Esattamente la stessa cosa può accadere nella nostra società.
Per alimentare questo vortice di paure e allontanare le persone comuni dall’utilizzo del proprio cervello, dal formulare un pensiero autonomo o anche semplicemente dal manifestare un dubbio rispetto alla narrazione dominante, è stato costruito uno spauracchio: quello del popolo ignorante, del popolo incolto, del popolo lavoratore che, quando esprime determinate preoccupazioni, viene rapidamente ricondotto alla categoria dell’“estrema destra”.
E, quasi per una sorta di inflazione linguistica, ciò che un tempo veniva semplicemente definito “destra” diventa “estrema destra”; ciò che prima veniva definito “estrema destra” diventa oggi “ULTRA DESTRA”.
Chiudo dicendo soltanto questo:
usate quei due neuroni che ogni tanto fate girare sulla ruota e scappate da questa ULTRA STUPIDITÀ!
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