Premessa
Quello che segue non vuole essere un trattato in cui vi spiego come funzionano le dinamiche del mantenimento del potere. Non ne ho né la pretesa né l'ambizione. Rimane, come sempre, un personale punto di vista, una riflessione che prova a mettere in relazione alcuni meccanismi della storia umana, dalle sue origini fino ai giorni nostri.
Il primo pensiero di chi comanda
Qual è uno dei principali pensieri di chi detiene il potere?

Come averne sempre di più? Come accumulare più denaro? Come sfruttare maggiormente i propri “sudditi”? Niente di tutto questo. O meglio, tutto questo può certamente farne parte, ma credo che il primo, autentico pensiero di chi detiene il potere sia un altro, molto più semplice e fondamentale: come mantenerlo.

Come conservare la propria posizione, come garantire la continuità del proprio dominio, come preservare quello status quo che permette di continuare a esercitare il potere stesso.

Un pensiero, un cruccio, che accompagna alcuni esseri umani da quando sono nate le prime gerarchie. Potremmo quasi dire da quando esiste l'uomo.

Pensiamo al metodo più primitivo, quello che immaginiamo appartenere alla preistoria, ma che, in forme differenti, sopravvive ancora oggi: il più forte comanda, finché rimane il più forte. Ma cosa comporta questa condizione per chi si trova al vertice? Che gran parte delle sue energie, delle sue attenzioni e delle sue decisioni sarà inevitabilmente rivolta a un unico obiettivo: rimanerci.

Le strade, fondamentalmente, sono due. La prima consiste nel mantenere la propria superiorità: allenarsi, nutrirsi adeguatamente, condurre una vita che permetta di rimanere il più forte, il più performante, il più a lungo possibile.

La seconda, decisamente meno nobile ma altrettanto efficace, consiste nell'impedire agli altri di diventarlo. Fare in modo che i potenziali rivali non abbiano accesso alle stesse risorse, non possano allenarsi nelle medesime condizioni, non abbiano la possibilità di nutrirsi, crescere e sviluppare quelle capacità che, un giorno, permetterebbero loro di sfidare chi comanda.

Ed ecco che, già in questo esempio elementare, possiamo individuare due modalità di conservazione del potere che, a mio avviso, attraverseranno l'intera storia dell'umanità.

Da una clava alla filosofia

Con il progredire delle civiltà, le società umane sono diventate sempre più articolate. Le relazioni sociali, l'organizzazione economica, le istituzioni e le gerarchie hanno assunto forme progressivamente più complesse. Di conseguenza, anche il mantenimento del potere si è trasformato in qualcosa di infinitamente più sofisticato.

Il problema era diventato talmente complesso da occupare le riflessioni di alcuni dei più grandi pensatori della storia, tra cui Socrate e Platone.

Quest'ultimo, nella sua ricerca della città ideale, immaginava una società nella quale il bene della collettività dovesse prevalere sugli interessi individuali, quantomeno nell'organizzazione e nella finalità dello Stato. Ma anche in questa visione filosofica emergeva una questione fondamentale: come garantire la stabilità del governo e impedire che il sistema degenerasse?

Platone immaginò quella che possiamo definire un'aristocrazia filosofica, un sistema nel quale il governo fosse affidato a una classe di individui selezionati e formati attraverso un lungo percorso educativo. Una concezione che, utilizzando una terminologia moderna, presenta alcune affinità con quella che oggi chiameremmo epistocrazia: il governo di coloro che possiedono il sapere e le competenze necessarie per esercitarlo.

I governanti dovevano essere educati e preparati specificamente per il loro compito, all'interno di un'organizzazione sociale rigidamente strutturata, nella quale le funzioni di chi governava e di chi era governato rimanevano nettamente distinte.

Attenzione, però: Platone non immaginava questa separazione per garantire ai governanti ricchezze, privilegi personali o una vita di agi. Tutt'altro. Per impedire che il potere si trasformasse in uno strumento di arricchimento e sopraffazione, prevedeva per la classe dirigente restrizioni severissime, compresa la rinuncia alla proprietà privata e all'accumulo di ricchezze personali.

Il governante, nella sua visione, avrebbe dovuto essere educato a servire lo Stato, non a servirsi dello Stato.

Una differenza tutt'altro che trascurabile. Eppure, per quanto nobili fossero i principi che animavano questa costruzione filosofica, il problema di fondo rimaneva sempre lo stesso: quello dell'uomo con la clava.

Come garantire che chi detiene il potere continui a detenerlo?

Con una differenza sostanziale: Platone cercava di rendere stabile un sistema che riteneva giusto, mentre altri, nella storia, avrebbero cercato soprattutto di rendere stabile la propria posizione al suo interno.

La storia, però, non seguì il modello immaginato da Platone. A governare non arrivarono i filosofi, arrivarono re e imperatori.

Figure differenti per epoche, culture e sistemi politici, ma accomunate, in molti casi, da una strategia particolarmente efficace per consolidare la propria autorità: unire il potere terreno a quello divino.

Non era più sufficiente essere il più forte, il più abile o il più temuto. Bisognava essere qualcosa di superiore, qualcosa che nessun altro essere umano potesse legittimamente mettere in discussione. Ed ecco comparire, in differenti civiltà, sovrani considerati divinità, discendenti degli dèi oppure investiti direttamente da una volontà divina.

Il messaggio era straordinariamente efficace: contestare il sovrano non significava semplicemente opporsi a un altro uomo, ma sfidare un ordine superiore, sacro, apparentemente intoccabile. Un meccanismo che permetteva di trasformare l'obbedienza politica in un dovere religioso.

Ma, anche quando un sovrano si presentava come rappresentante degli dèi sulla Terra, aveva comunque bisogno di qualcuno che impugnasse materialmente la spada in sua difesa. Ed ecco il secondo pilastro del potere monarchico e imperiale: la fedeltà degli uomini armati.

Uomini che, in molti casi, non rimanevano fedeli esclusivamente per devozione, affetto o rispetto nei confronti del sovrano. La fedeltà doveva essere costruita, alimentata e, soprattutto, ricompensata. Terre, ricchezze, titoli, incarichi, privilegi e favori personali diventavano strumenti fondamentali per mantenere vicino a sé chi disponeva della forza necessaria a proteggere il trono.

In particolare, per i sovrani più dispotici, che difficilmente potevano contare su un consenso spontaneo e generalizzato, la distribuzione di privilegi rappresentava uno degli strumenti principali per assicurarsi la lealtà di chi li circondava.

Si creava così un sistema nel quale il potere del sovrano dipendeva anche dal benessere e dagli interessi di coloro che erano chiamati a difenderlo.

E ancora una volta, dall'uomo con la clava all'imperatore sul trono, la domanda rimaneva immutata:

Come mantenere il potere?

Dal sovrano al dittatore

A questo punto, il passaggio successivo è un'associazione abbastanza naturale: pensiamo subito ai dittatori. Un dittatore, di qualsiasi estrazione, socialista, comunista o nazionalista, si può dire che non goda di grande ammirazione da parte del popolo. Ha ottenuto il potere con la clava, ma solo indirettamente lo mantiene con essa.

La domanda che spesso ci si pone, soprattutto quando si vive al di fuori di una dittatura, è questa: com'è possibile che un popolo così numeroso non riesca a liberarsi da un unico tiranno?

Perché il tiranno, consapevole della necessità di proteggersi per mantenere il potere, ha creato sotto di sé una fitta rete di favoritismi. Non tutti dipendono direttamente da lui, ma sono comunque riconducibili alla sua figura. La sua protezione diventa così naturale proprio per lo stesso principio che guida il tiranno stesso: il mantenimento del proprio status.

Finora ho analizzato, brevemente e sinteticamente, figure nelle quali la concentrazione del potere è evidente a chiunque e, soprattutto, riconducibile a un'unica personalità.

Il potere nelle democrazie

Ma oggi? Esiste ancora la necessità di difendere il potere, di avere il potere di difendere il potere? Riferendoci soprattutto a noi “occidentali”, popoli con governi democratici, da noi eletti, attraverso il potere del voto...

Il vostro cervello sta sicuramente iniziando a elaborare schemi e pensieri, immaginando scenari molto più raffinati, molto più complessi, nei quali il mantenimento del potere è qualcosa di temporaneo, perché le poltrone si susseguono continuamente. Ne siete sicuri?

Provate a pensare alle figure politiche, limitiamoci all'Italia, che ci vengono proposte. Pensate alle seconde e alle terze file, a coloro che, in un modo o nell'altro, sono sempre presenti in determinati ambienti, pronti a salire sul pulpito e vomitare la loro discutibile morale, la loro ancor meno valida opinione.

Ora che ci avete pensato, in fondo, non sono sempre gli stessi da decenni? Certo che sì!

Questo non è mantenimento di un certo livello di potere? Non è il mantenimento dello status? E come viene mantenuto, se non grazie al solito esercito di favoritismi, di appoggi, di reti di amicizie interconnesse tra loro, anche tra partiti rivali?

Come possiamo accettare tutto ciò? Come possiamo non ribellarci a una classe dirigente così mediocre, di un così basso livello culturale? A coloro che sono quanto di più lontano si possa immaginare da ciò che auspicava Platone?

Ebbene, il loro esercito di fidati guardiani arriva fino al vostro vicino, fino a colui che ha ottenuto la concessione per allungare il vialetto di un metro, al barista che ha potuto allargare il dehors di qualche metro. Ma, soprattutto, parte da quel contratto multimiliardario firmato attraverso un SMS, da quei finanziamenti continui necessari per la produzione e la vendita di prodotti idonei alla difesa della democrazia, fino alla costruzione di apparati burocratici nei quali si rendono necessari almeno 15 amministrativi e 35 impiegati di settimo livello.

I primi sono necessari per mantenere la pancia sazia e non agitata, i secondi per non far ammettere che il pesce puzza sempre dalla testa!

Il prossimo volto del potere

Volendo, ora potremmo anche eseguire un esercizio di stile. Complottistico, ovviamente.

Abbiamo avuto capi tribù, imperatori, re, dittatori e ora multidittatori sotto mentite spoglie. Quali saranno i prossimi ad avere necessità di protezione?

E poniamo il caso che il popolo si sia erudito, che piano piano abbia scoperto l'inganno, che sia pronto alla ribellione contro chiunque voglia mantenere il potere nello Stato e non per lo Stato.

I prossimi dittatori, a livello globale, saranno difficilmente identificabili con un nome e un cognome. Saranno anonime corporation, le quali si spartiranno i territori del globo in base alla loro influenza e alla necessità di presenza.

Entità che, come prima linea di difesa, garantiranno un posto di lavoro per assicurare una sopravvivenza appena dignitosa. Ma poi il nulla. Avendo eradicato completamente la classe media, la maggior parte del popolo vorrà vedere capitolare le loro teste.

E quindi?

Secondo voi, perché tutte le dimostrazioni di robot umanoidi e canidi sono basate sul combattimento, sul riconoscimento di una minaccia, sulla capacità di correre a due e quattro zampe, di volare, di nuotare, di essere teleguidati da remoto e di non incontrare alcun ostacolo territoriale o architettonico?

Perché questi robot avranno sempre più autonomia grazie alla costruzione di data center megalitici, che non stanno apportando nessun valore aggiunto alla società, alla ricchezza del territorio o a quella delle famiglie limitrofe?

Perché stanno semplicemente costruendo il nuovo esercito difensivo per il mantenimento del loro status di padroni del mondo.

Stiamo scavando la nostra fossa con le nostre stesse mani.

Stiamo scavando la nostra fossa con le nostre stesse mani.