Ci si ostina sempre di più, e in modo sempre più feroce, a voler difendere la propria fazione prescelta. Questo porta inevitabilmente a chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie quando si cerca di ragionare e di mostrare le incongruenze di certe convinzioni.
Spesso si sente dire che l’Occidente è la patria della civiltà, che è grazie al capitalismo se siamo arrivati dove siamo e che dobbiamo continuare a difendere questo (!) sistema. Come se il sistema che ha creato l’Europa o l’America fosse lo stesso di oggi. Come se il tempo si fosse fermato e l’evoluzione delle dinamiche sociali fosse rimasta quella di 50 o 60 anni fa.
Si mette così a confronto l’Ovest, il bene, con l’Est, il male.
Quell’Est che, secondo ragionamenti rimasti fermi al comunismo, sarebbe ancora quello della distribuzione del pane, dei morti — veri — causati da quei sistemi, dello scarso progresso tecnologico, sociale ed economico.
Non sono bugie complete. Il problema è che, esattamente come nel caso precedente, si continua a descrivere una realtà di 50 o 60 anni fa come se fosse quella attuale.
Oggi ci troviamo letteralmente invasi da prodotti cinesi. Nessuno può dire di non averne utilizzato almeno uno. Sostenere quindi che a Est il capitalismo non sia ormai una presenza più che dominante fa abbastanza ridere.
Sia in Cina sia in Russia, giusto per citare i due principali esempi, esistono città — o meglio, megalopoli — che noi possiamo soltanto sognarci per efficienza e progresso tecnologico. Questi Paesi sono, tra l’altro, decisamente poco assistenzialisti nei confronti della propria popolazione, ma fortemente orientati a incentivare la competitività.
Possiamo discuterne per ore e scendere nei minimi dettagli, ma la macrofotografia dell’Est, a mio avviso, è sostanzialmente questa.
Dal nostro lato, invece, cosa troviamo?
Investimenti fermi al palo in moltissimi settori e una dipendenza imbarazzante dalla tecnologia fornita dall’estero, Cina in particolare. Si parla addirittura di percentuali intorno all’80%. A questo si aggiunge la necessità sempre maggiore, da parte dei governi occidentali, di ricorrere all’assistenzialismo per contenere un disagio sociale crescente, evidente anche nelle proteste legate al caro-vita e al costo delle abitazioni.
I cittadini chiedono interventi statali contro un costo della vita che continua ad aumentare mese dopo mese: beni di prima necessità, benzina, automobili, case. Tutto.
Parliamo poi di libertà di parola e di politica.
La Cina è cattiva: c’è una dittatura, esiste un solo partito.
La Russia è cattiva: c’è un dittatore, Putin.
E in Europa?
Abbiamo istituzioni europee percepite sempre più come distanti dai cittadini, che promuovono leggi spesso mai richieste dalla popolazione. I governi dei singoli Paesi sembrano offrire una scelta, ma chiunque arrivi al potere finisce troppo spesso per muoversi all’interno di un programma già tracciato, che cambia poco sia che governi la destra, la sinistra, il sopra o il sotto.
In Cina sono bannati i social! Cattivi!
In Russia c’è il controllo dei media! Cattivi!
In Europa, intanto, si discute del divieto di accesso ai social per determinate fasce d’età, avanzano sistemi di controllo delle comunicazioni come il cosiddetto “Chat Control”, esistono norme contro i discorsi d’odio e, più in generale, cresce la pressione nei confronti delle forme di pensiero considerate alternative alla narrazione dominante.
Un tempo eravamo popoli forti: economicamente, tecnicamente, tecnologicamente, culturalmente e dal punto di vista identitario.
Oggi?
Oggi vedo sinceramente una situazione che si sta ribaltando, e lo sta facendo a una velocità sconcertante.
Noi abbiamo impiegato decenni per raggiungere il nostro apice. Questi Paesi stanno percorrendo la stessa strada a una velocità impressionante e continuano a elaborare piani di sviluppo con orizzonti temporali lunghissimi.
In Cina esistono già impianti in grado di produrre robot umanoidi in serie, con processi fortemente automatizzati e integrati con l’intelligenza artificiale. Noi, nel frattempo, stiamo ancora cercando di stabilire come regolamentare la nascita e lo sviluppo di un’industria europea dell’IA.
In questo settore il divario rischia di diventare paradossale: è come trovarsi ancora alla ruota di pietra mentre qualcun altro sta arrivando con i jet ipersonici.
Ecco, tutto questo nella testa di chi ragiona esclusivamente attraverso le etichette semplicemente non esiste.
Perché quando la realtà viene divisa preventivamente in due blocchi — noi e loro, democratici e dittatori, capitalisti e comunisti, buoni e cattivi — qualsiasi fatto che non rientri perfettamente dentro questo schema diventa un problema. E invece di mettere in discussione lo schema, molto più comodamente si mette in discussione il fatto.
A quel punto non importa più ciò che viene detto, ma chi lo dice e, soprattutto, da quale parte si presume che stia.
Se critichi una scelta dell’Unione Europea, allora devi essere contro l’Europa.
Se critichi gli Stati Uniti, allora devi essere filorusso.
Se riconosci alla Cina capacità industriale, tecnologica o di programmazione, allora improvvisamente sei diventato comunista.
Se critichi Putin, automaticamente sei diventato atlantista.
È questo cortocircuito che considero profondamente limitante. Perché riconoscere un risultato ottenuto dalla Cina non significa desiderare il sistema politico cinese. Riconoscere un errore dell’Occidente non significa desiderarne la distruzione. Allo stesso modo, denunciare un problema russo o cinese non significa automaticamente considerare perfetto il modello europeo o americano.
Le due cose possono tranquillamente convivere.
Si può considerare fondamentale la libertà individuale e contemporaneamente chiedersi perché l’Europa stia perdendo terreno industriale. Si può criticare l’autoritarismo cinese e contemporaneamente riconoscere che la Cina abbia costruito infrastrutture, filiere produttive e capacità tecnologiche impressionanti. Si può condannare una scelta politica della Russia senza trasformare automaticamente qualsiasi decisione occidentale nella scelta giusta, e soprattutto si può amare il luogo in cui si vive senza essere obbligati a considerarlo perfetto.
Anzi, dovrebbe essere vero esattamente il contrario: proprio perché consideriamo importanti certi principi dovremmo essere i primi a pretendere che vengano rispettati anche quando a violarli siamo noi, invece sembra essere diventato normale ragionare come tifosi.
Quando la nostra squadra commette un fallo troviamo immediatamente una giustificazione. Quando lo stesso fallo viene commesso dall’avversario chiediamo il cartellino rosso.
È una dinamica perfettamente comprensibile in uno stadio. Diventa molto più pericolosa quando viene applicata alla politica, all’economia, alla tecnologia, all’informazione o alla geopolitica.
Perché da quel momento non si cercano più informazioni per capire il mondo: si cercano informazioni per confermare l’idea che del mondo avevamo già deciso di avere.
Tutto ciò che conferma la nostra posizione viene accolto immediatamente. Tutto ciò che la contraddice viene relativizzato, ignorato oppure bollato come propaganda, e la cosa paradossale è che questo meccanismo funziona esattamente allo stesso modo in tutte le fazioni.
Chi considera l’Occidente il male assoluto finisce per giustificare qualsiasi cosa accada dall’altra parte.
Chi considera l’Occidente il bene assoluto finisce invece per trovare una spiegazione rassicurante a qualsiasi contraddizione interna al proprio sistema.
Il risultato è identico: si smette di ragionare, ed è proprio questo il punto che vorrei si cercasse di capire.
Dovremmo tornare a discutere senza dover necessariamente vincere una discussione, mettere sul piatto tutto ciò che conosciamo, tutto ciò che abbiamo imparato e anche ciò che potrebbe costringerci a cambiare idea.
Dovremmo poter riconoscere un dato scomodo senza sentirci traditori della nostra parte. Ammettere un errore senza viverlo come una sconfitta. Riconoscere un merito all’avversario senza trasformarlo automaticamente in un modello da seguire.
Soprattutto dovremmo riuscire ad ascoltare qualcosa che mette in discussione le nostre convinzioni senza percepirlo immediatamente come un attacco personale.
Perché quando un’idea diventa parte della nostra identità, ogni critica a quell’idea viene percepita come una critica a noi stessi, ed è probabilmente per questo che tante discussioni finiscono ancora prima di cominciare.
Ci si tappa gli occhi e le orecchie non necessariamente perché manchino gli argomenti, ma perché esiste la paura di scoprire che una convinzione sulla quale abbiamo costruito per anni la nostra visione del mondo potrebbe non essere più completamente valida.
E invece cambiare opinione davanti a nuovi fatti non dovrebbe essere una debolezza, dovrebbe essere esattamente il contrario.
«quando la realtà non entra più nelle nostre caselle, invece di cambiare le caselle preferiamo ignorare la realtà»
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