DDL antisemitismo: cosa c’è dietro il dibattito su IHRA, JDA e libertà di critica
Nella puntata “DDL Anti semitismo o Anti critica?” abbiamo affrontato il tema in modo volutamente critico, concentrandoci soprattutto su una domanda: fino a che punto una legge nata per contrastare l’antisemitismo può incidere anche sulla libertà di critica politica?

In una puntata non è possibile riportare tutta la storia, i documenti e le prese di posizione. Questo articolo serve quindi a mettere in fila alcuni elementi oggettivi utili per capire meglio da dove nasce il dibattito.
Da dove nasce l’IHRA
IHRA significa International Holocaust Remembrance Alliance, cioè Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto.

L’organizzazione nasce nel 1998, inizialmente come Task Force for International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research.

L’iniziativa fu promossa dal primo ministro svedese Göran Persson, insieme al presidente americano Bill Clinton e al primo ministro britannico Tony Blair, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione internazionale su educazione, ricerca e memoria della Shoah.

Il passaggio fondamentale arrivò nel gennaio 2000, quando Persson convocò a Stoccolma un forum internazionale sull’Olocausto con rappresentanti di 46 governi.

Da quell’incontro nacque la Dichiarazione di Stoccolma, tuttora considerata il documento fondativo dell’IHRA. Il suo contenuto riguarda essenzialmente memoria della Shoah, educazione, ricerca storica, apertura degli archivi e commemorazione delle vittime.

È importante sottolineare un fatto: nella Dichiarazione originaria di Stoccolma non esistevano ancora i controversi indicatori riguardanti Israele e il sionismo.

Questi arrivano molti anni dopo.
La Working Definition del 2016
Il 26 maggio 2016 l’IHRA adotta la cosiddetta Working Definition of Antisemitism, una definizione operativa dell’antisemitismo accompagnata da una serie di esempi.

Invocare, aiutare o giustificare l’uccisione o il danneggiamento di ebrei, in nome di un’ideologia radicale o di una visione estremista della religione.

Formulare accuse mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate nei confronti degli ebrei in quanto tali, oppure del potere degli ebrei come collettività, come ad esempio il mito di una cospirazione ebraica mondiale o dell’ebraicità che controllerebbe i media, l’economia, il governo o altre istituzioni.

Accusare gli ebrei in quanto popolo di essere responsabili di crimini reali o immaginari commessi da una singola persona o da un gruppo ebraico, oppure di atti commessi da persone non ebree.

Negare il fatto, gli obiettivi e i risultati del genocidio degli ebrei da parte della Germania nazionalsocialista e dei suoi sostenitori e complici durante la Seconda guerra mondiale, compresa la portata dell’Olocausto.

Accusare gli ebrei o Israele, in quanto Stato fondato dagli ebrei, di aver inventato o esagerato l’Olocausto.

Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele, o alle presunte priorità degli ebrei nel mondo, che agli interessi dei propri Paesi.

Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, sostenendo, per esempio, che l’esistenza dello Stato di Israele sia un progetto razzista.

Applicare a Israele un doppio standard, chiedendogli un comportamento non richiesto o non applicato a nessun altro Stato democratico.

Utilizzare i simboli e le immagini associati all’antisemitismo classico, come l’accusa secondo cui gli ebrei avrebbero ucciso Gesù, per caratterizzare Israele o gli israeliani.

Paragonare la politica contemporanea di Israele a quella dei nazisti.

Considerare gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele.

Secondo l’IHRA, tuttavia, le critiche rivolte a Israele, analoghe a quelle rivolte a qualsiasi altro Stato, non possono essere considerate antisemite.

Il problema sollevato dai critici riguarda quindi soprattutto dove collocare concretamente il confine.
Perché nasce la Jerusalem Declaration
Proprio in risposta alle controversie generate dall’IHRA, nel 2020 un gruppo internazionale di studiosi di antisemitismo, Shoah, studi ebraici, Israele, Palestina e Medio Oriente iniziò a lavorare a una definizione alternativa.

Il progetto nacque sotto gli auspici del Van Leer Jerusalem Institute.

Il risultato fu pubblicato il 25 marzo 2021 con il nome di Jerusalem Declaration on Antisemitism, abbreviato JDA.

La dichiarazione fu inizialmente firmata da 210 studiosi e oggi conta oltre 400 firmatari.

La stessa organizzazione che ha elaborato la JDA dichiara apertamente che essa è pensata come alternativa alla definizione IHRA, oppure come correttivo nei casi in cui l’IHRA sia già stata adottata.

La differenza sostanziale riguarda Israele e il sionismo.

Secondo la JDA non sono automaticamente antisemiti:

criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo;

sostenere una soluzione a uno Stato, due Stati, uno Stato binazionale o federale;

sostenere i diritti politici e nazionali dei palestinesi;

descrivere Israele, sulla base di argomentazioni fattuali, attraverso concetti come colonialismo, discriminazione o apartheid;

sostenere boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni;

formulare critiche particolarmente dure nei confronti dello Stato di Israele.

Per i sostenitori della JDA, questa impostazione permette di distinguere con maggiore precisione tra antisemitismo verso gli ebrei e conflitto politico con Israele o con il sionismo.
Cosa vuole fare il DDL italiano
Il testo centrale è il DDL n. 1004, successivamente trasmesso alla Camera come C.2830.

Il Senato lo ha approvato il 4 marzo 2026, con:

105 favorevoli
24 contrari
21 astenuti.

Al 3 ottobre 2026 il testo è ancora all’esame della Camera, dove il 2 ottobre si è svolta la discussione sulle linee generali.

Il punto fondamentale è che il DDL assume la definizione IHRA e i relativi indicatori come riferimento per l’applicazione della legge.

Non significa che gli undici indicatori dell’IHRA diventino automaticamente undici nuovi reati.

Il testo approvato dal Senato, rispetto alle proposte iniziali, è stato infatti modificato e non contiene più alcune ipotesi più restrittive, come nuove sanzioni penali o il divieto automatico di determinate manifestazioni.

La questione contestata è un’altra: una definizione nata come working definition viene inserita in un quadro legislativo che interessa scuola, università, formazione, monitoraggio, amministrazioni pubbliche e contrasto dei contenuti antisemiti.

Ed è esattamente qui che nasce lo scontro.
Amnesty: “Fermate il DDL”
Una delle posizioni più dure è quella di Amnesty International Italia.

Il 28 settembre 2026 Amnesty ha pubblicato una lettera aperta ai deputati chiedendo esplicitamente di non approvare il DDL nella formulazione attuale.

Secondo l’organizzazione, alcuni indicatori IHRA rischiano di confondere la critica politica verso Israele con l’antisemitismo e quindi di produrre un effetto restrittivo sulla libertà di espressione, sulla ricerca, sulla libertà accademica, sulla stampa e sulla satira politica.

Amnesty sostiene inoltre che contro discriminazione, incitamento all’odio e violenza esistano già strumenti legislativi, citando tra gli altri la legge Mancino.

La posizione dell’organizzazione non è quindi quella di contestare la lotta all’antisemitismo, ma di contestare l’utilizzo legislativo della definizione IHRA.
L’Ordine dei Giornalisti sceglie la JDA
Un passaggio particolarmente significativo è avvenuto il 31 marzo 2026.

Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha deciso di non utilizzare più la definizione IHRA come riferimento, scegliendo invece la Jerusalem Declaration.

La motivazione riguarda proprio la necessità di garantire una maggiore separazione tra contrasto all’antisemitismo e libertà di critica politica e giornalistica.

È uno dei casi più concreti in cui un organismo istituzionale italiano ha preferito apertamente la JDA all’IHRA.
Giornalisti, sindacati e ONG
La contestazione non è rimasta limitata ad Amnesty.

Nel corso del 2026 si è formata una rete molto ampia di associazioni contrarie al testo o comunque alla sua impostazione sull’IHRA.

Tra le realtà più rilevanti figurano:

FNSI – Federazione Nazionale della Stampa Italiana,
ARCI,
ANPI,
Articolo 21,
Emergency,
Greenpeace Italia,
Oxfam,
Save the Children,
BDS Italia,
Rete #NoBavaglio,
oltre a sindacati come CGIL, USB e Cobas.

Sono presenti inoltre gruppi ebraici critici verso l’utilizzo dell’IHRA, tra cui Tikkun – Diaspora Ebraica Decoloniale e L3A – Laboratorio Ebraico Antirazzista.

Le mobilitazioni nazionali hanno raccolto oltre 200 organizzazioni, con presìdi davanti al Parlamento e in numerose città italiane.

Ancora una volta, la posizione comune non è la negazione dell’esistenza dell’antisemitismo, ma la richiesta di non utilizzare l’IHRA come parametro legislativo vincolante senza ulteriori garanzie sulla libertà di critica.
Anche il PD è profondamente diviso
Il dibattito attraversa anche il Partito Democratico.

Al Senato la linea prevalente del gruppo PD fu l’astensione, dopo che non venne accolta la richiesta di modificare il riferimento agli indicatori IHRA.

21 senatori democratici su 36 si astennero.

Ma sei senatori dell’area riformista votarono a favore:

Graziano Delrio

Valter Verini

Sandra Zampa

Pier Ferdinando Casini

Alfredo Bazoli

Filippo Sensi

La divisione è particolarmente significativa perché Graziano Delrio aveva presentato personalmente un diverso disegno di legge sull’antisemitismo, insieme a diversi colleghi democratici, tra cui Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Rojc, Sensi, Verini e Zampa. Quel testo è poi confluito nel DDL 1004.

Delrio ha sostenuto che il voto favorevole non fosse un voto “contro il partito”, ma la differenza politica rimane evidente: mentre la maggioranza del gruppo democratico riteneva necessario modificare il riferimento all’IHRA, l’area riformista considerava il testo sufficientemente garantista.

All’interno dello stesso PD, senatori come Francesco Verducci, Susanna Camusso e Dario Parrini hanno espresso invece riserve sull’utilizzo degli indicatori IHRA e sul rischio di ambiguità tra antisemitismo e critica alle politiche israeliane.

Questo DDL sta provocando una discussione politica molto più profonda sulla libertà di parola, sul dissenso e sul confine tra tutela e censura.

Questo DDL sta provocando una discussione politica molto più profonda sulla libertà di parola, sul dissenso e sul confine tra tutela e censura.